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La naturale contemporaneità del classico. Le sculture di Massimiliano Pelletti

di Luca Ferracane

È a noi tutti evidente, e da un po’ di tempo, il trionfante ritorno del figurativo nelle arti visive, una scelta, o meglio, una necessità che approda, sempre meno ciclicamente, sui fertili terreni dell’arte contemporanea. Affermiamolo chiaramente, quando mai il classico è passato di moda? 

Massimiliano Pelletti, Gold Fly, 2016, marmo.

Chiunque continui ad asserire il contrario o pecca di superbia o evidentemente non ha cognizione di quel che blatera. Il classico non è un canone, non è nemmeno un modello, neppure un qualcosa che deve essere superato. No. Ci hanno abituati a pensarlo, il classico, come qualcosa legato esclusivamente al passato, a ciò che non c’è più – sebbene romantiche rovine più che ingombranti facciano bella mostra di sé in molte parti del globo –, come qualcosa di pesante e superato. 

Massimiliano Pelletti, Broken Blue, 2017, sodalite boliviana.

È impossibile sfuggire al classico, ve lo ritroverete ovunque, nascosto negli angoli più impensabili di qualsiasi progetto, architettonico e non, con pretese di modernissima avanguardia. Che ci piaccia o no, siamo imbevuti di classicismo perché questo costituisce, possiamo dire, una struttura di pensiero insita nell’uomo e che ha sì raggiunto il culmine nel V secolo a.C., dopo avere raccolto innumerevoli eredità pregresse, ma si è costantemente ripresentata nella storia della nostra civiltà, perlomeno occidentale – e anche su questo avrei alcuni dubbi – rimodellandosi continuamente, come la Fenice che eternamente si rigenera da sé, sempre più consapevole della propria contingenza. Ecco, il classico è una matrice, nel significato più letterale del termine, un grembo materno in cui si genera e trae forza l’estro dell’artista. Così è, inequivocabilmente, per la produzione di Massimiliano Pelletti (Pietrasanta, 1975), raffinatissimo scultore dalla tecnica quasi patinata che nasconde però, come uno scrigno antico, sorprese e particolari curiosissimi. 

Massimiliano Pelletti, Eros, 2018, marmo nero.

Non si può non innamorarsi dei suoi busti, dei suoi torsi acefali, delle teste incrostate di minerali e cristalli. La sua ricerca parte proprio dallo studio delle “antiche forme”, concepite, nella sua particolare visione, come materia stessa dalla quale sgorgano, ora liquide e malleabili, ora sgretolate e arse, in un continuo divenire. Il classicismo di Pelletti sfrutta il fascino dei differenti materiali, ognuno dei quali con la propria porosità, lucentezza, struttura, sapientemente lavorato all’antica appunto, assume una connotazione unica e seducente. Con la sua abile maestria lo scultore conferisce a ogni pezzo una precisa poesia, anche in quegli interventi in cui può sembrare si faccia beffa della ieratica compostezza delle divinità olimpiche. Trasudano qualcosa di sacro, invero, questi pezzi di Terra plasmata da Pelletti, quasi idoli che, sezionati o sapientemente mutilati, emanano una potenza soprannaturale che pare provenga direttamente dalle viscere del mondo, laddove il magma, il sangue del pianeta, ribolle irrequieto e incandescente. Così l’arte mirabile di questo maestro della materia, un vulcano di magmatico ed enigmatico ardore che concede ai marmi il soffio mitico dei quattro Venti.

Massimiliano Pelletti, Untitled #0006, 2014, pietra grezza.

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