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Shinji Nakaba, l’artista gioielliere

di Luca Ferracane

Certe volte mi capita di fermarmi per qualche minuto su alcuni particolari della realtà che mi rapiscono all’improvviso. Qualsiasi cosa può attrarre la mia attenzione, da un decoro scolpito sulla facciata di un palazzo, alla fauna umana, frequente spunto di riflessione antropologica. Effettivamente osservare le persone mi affascina non poco. Non è semplice voyeurismo, ma vera e propria analisi anatomica. Mi incuriosiscono e mi attraggono certe audaci scelte estetiche, dai bizzarri accostamenti del vestiario, ai tagli dei capelli più inverosimili, che trasformano le teste in giardini su cui vengono modellate stravaganti siepi. Per non parlare poi delle sopracciglia, queste benedette strisce di pelo che, manco fossero i rovi malvagi che minacciano il castello della Bella Addormentata, subiscono eccentriche potature specialmente nella popolazione maschile, cosa che non ci si aspetterebbe. Non sto giudicando e, se anche lo facessi, suvvia, nessuno è immune dal farlo. Credo però che questo sia proprio uno studio della realtà, uno studio impressionista, anzi, d’impressioni en plein air.  Ebbene, un’altra cosa che non riesco a comprendere, osservando attentamente molti campioni a caso, è la fattura dei gioielli di oggi. Gioielli, non bijoux. Se l’etimo della parola li fa derivare da “gioie”, per tutti i numi del cielo, dovremmo mutarne il nome in “dolorielli”. Tutti uguali, senz’anima, assemblabili e privi di fascino i gioielli che si vedono in giro. «Ti piace il mio doloriello?» «Sinceramente? Mi repelle». Forse questa sarebbe una risposta poco cortese, ma non essendo mai accaduta rimane, al momento, nella mia immaginazione. In ogni caso (sono un dannato nostalgico, abbiate pazienza) orafi, argentieri, maestri del corallo, intagliatori di pietre preziose, scultori di conchiglie, un tempo davano alla luce delle meraviglie che definirle arti minori è già di per sé un sacrilegio. La prima cosa che ci si chiede è come diamine facessero! Pazienza, lavoro certosino, abilità manuale e tecnica artigianale tramandata nei secoli. 

Shinji Nakaba, Cut Face Ring, 2016, poliuretano e argento.

Eppure non tutto oggi è perduto. Esistono ancora degli artisti che forgiano coi loro mezzi monili e ornamenti preziosi degni di questo nome. Certo, il metallo o il materiale adoperato conferisce di per sé “valore” al gioiello, eppure non basta. Cos’è se non l’arte che lo vivifica e lo eleva al grado di “gioia”, per gli occhi in primis? È l’arte che è venuta a mancare nelle gioie di oggi, in tutti i sensi. Nel lontano Giappone, in un laboratorio/atelier in cui fa bella mostra di sé un magnifico gatto, l’artista Shinji Nakaba (Tokyo, 1950) si dedica minuziosamente alla progettazione e alla realizzazione di squisite opere d’arte, vere e proprie sculture indossabili, di una bellezza esagerata, trionfo di quella glittica che un tempo ebbe largo consenso nel vecchio continente.

Nakaba è uno di quei sacerdoti della contemporaneità che celebra la sacralità del bello. Non venite a dirmi che il bello è una categoria ormai superata, perché potrei trasformarmi in un’Idra. Esiste anche un’estetica del brutto, ma non addentriamoci in questo ampio campo minato che non è il momento giusto. Sfido chiunque, tuttavia, ad affermare il contrario in merito ai gioielli di questo designer giapponese il cui duttile estro plasma i più disparati materiali, dall’oro all’alluminio, dalle conchiglie alla plastica. Molti suoi lavori sembrano render omaggio all’arte occidentale, sebbene lui stesso constati come la scultura figurativa abbia universalmente perduto la sua popolarità in un mondo in cui l’arte contemporanea necessita di maggiore cognizione e competenza per essere compresa. Guarda caso, la sua estetica ha un che di decadente e malinconico, con punte di delicata inquietudine. Uno dei suoi cavalli di battaglia sono senza dubbio gli splendidi teschi intagliati nelle – udite, udite – perle, vere e proprie vanitas che tanto evocano i memento mori d’epoca vittoriana. 

Shinji Nakaba, Vanitas, 2013, perla intagliata, oro.

Autodidatta per mancanza di maestri che sapessero insegnargli le tecniche del gioiello antico – almeno in Oriente – Nakaba è riuscito perfettamente ad acquisire nel tempo abilità e raffinatezza, complice forse una personalità poliedrica e malleabile, oltre ai numerosi viaggi in America, Europa e Italia, una sorta di immenso Grand Tour moderno nel quale ha potuto vedere dal vivo, tra l’altro, le collezioni di cammei dei musei occidentali e le follie artistiche di Fabergé. Le cospicue suggestioni, a braccetto con la tecnica acquisita, danno vita ad animali, volti, parti nude del corpo umano, resi con una vivacità e perfezione stilistica da sembrare pezzi da museo, così pregevoli da scuotere in chi li guarda un senso di squisito turbamento. Pensate poterli indossare… 

Shinji Nakaba, 2015, conchiglie intagliate, oro, argento.

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