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Omaggio a Turi Simeti

di Luca Ferracane

Tralasciando tutti i sofismi che regolarmente si leggono sui manuali di storia dell’arte quando ci si inoltra in quel roveto spinoso che è l’arte contemporanea, posso affermare con risolutezza che l’astrattismo, l’informale e le correnti a loro affini non mi piacciono o meglio, non riscontrano il mio gusto. Sulla questione di gusto evito naturalmente di addentrarmi, nessuno riuscirebbe a sopportare una discussione sterminata che cadrebbe di sicuro, e presto, nella trattatistica, eppure, quando ho osato storcere il naso al cospetto di alcuni capolavori del Secondo Novecento, quando frequentavo l’Accademia, ho avvertito sulla pelle il bruciore degli sguardi di un biasimo fiammeggiante a me rivolto da colleghi e docenti. Da allora, ma non sempre, ho imparato a tenere per me determinate riflessioni, spinte in ogni caso da curiosità e spirito di conoscenza. Se l’interlocutore non è disposto, filosoficamente, a mettere in discussione se stesso e le proprie certezze, a fugare ogni ragionevole dubbio, soprattutto nelle querelles artistiche, allora non ho intenzione di farmi mettere al rogo. Non ho mai negato il valore di determinate correnti artistiche né il contributo che hanno dato alla storia, dico solo che posso benissimo farne a meno. Crescendo, tuttavia, sono riuscito a liberarmi, fortunatamente, da molti preconcetti tipici di chi ignora determinati aspetti del mondo, della cultura, della realtà. Il giudizio di gusto si sposta così in secondo piano, dando risalto, ma soprattutto la giusta importanza, alla comprensione di un dato fenomeno. È sempre studiando, leggendo, vivendo e operando il confronto con l’alterità che si può sperare di divenire più saggi – essendo dotati a priori di intelligenza, facoltà purtroppo non conseguibile con il solo studio, che rimane altrimenti fine a se stesso – e riuscire in questo modo a leggere, o meglio, decifrare la complessità del reale. Vorrei dunque poter manifestare un sincero apprezzamento per l’opera di un artista le cui prerogative tutto sono fuorché “conciliabili” alla mia concezione estetica. Mi riferisco ai lavori di Turi Simeti, artista scomparso qualche giorno fa.

4 OVALI ROSSI, 2010, acrilico su tela sagomata, 120 x 150 cm.

Non un post funera virtus, come potrebbe sembrare, anche perché da tempo considerato un maestro indiscusso, ma un omaggio a uno dei pochi artisti del genere che è stato in grado di far breccia nella parete corazzata della mia personale sensibilità, legata a una visione – chi mi conosce lo sa bene –irreprensibilmente figurativa. Aderente alla poetica artistica capitanata da mostri sacri dell’arte italiana del Ventesimo e Ventunesimo secolo quali Burri e Fontana, Simeti riesce ad approdare a una sorta di sintesi, se vogliamo, piacevolmente singolare. Benché abbia anche realizzato sculture, è ricordato principalmente per la ricerca di quella spazialità in pittura, nella concezione analoga agli altri artisti colleghi e maestri, che non sfruttasse la tradizionale tecnica illusionistica tipica del figurativo, ma che indagasse propriamente la fisicità della tela. Qui sta il nocciolo della questione, da quando Fontana squarciò ogni certezza connessa alla bidimensionalità del supporto pittorico, oltrepassando, concettualmente, la superficie piatta del dipinto. Pittura che si fa scultura, vi si ibrida, creando una pittura corporea, non materica, diventando prodotto autonomo che non illustra nulla. Il gesto stesso dell’operare un taglio concreto o l’assemblaggio di più materiali sulla tela, la volontà dichiarata di discostarsi da un modo di far arte per azzerare qualsiasi codice precostituito diviene intenzione artistica. Ci sono riusciti? Pare di sì e non sta certo a me confutarlo. Simeti, in ogni caso – che aveva frequentato lo studio di Burri, tra gli altri – recepì e trasformò queste sollecitazioni e ribelli necessità in un linguaggio personalissimo e interessante, affermandosi via via come il maestro della monocromia – ben diversa dalla poetica del coevo Klein – e del rilievo, indagando in maniera predominante la forma dell’ovale, o ellisse se preferite, quale struttura meno perfetta del cerchio ma con un potenziale maggiore, secondo l’artista, ai fini della propria indagine.

4 OVALI BLU, 2004, acrilico su tela sagomata, 80 x 80 cm.

La tecnica compositiva di Simeti, consiste in effetti nell’apporre una forma, in questo caso ellittica, sul retro della tela, o meglio, fra il telaio e la superficie colorata, in modo tale che quest’ultima subisca, fissata al supporto, una dilatazione che lasci sporgere oltre il proprio confine la parte dell’oggetto sottostante che la “disegna”. Questa geometria del caso, questo processo aleatorio che crea un contrasto inaspettato sul piano immacolato della tela è ancor di più esaltato dal gioco naturale di luce e ombra che si viene immancabilmente a tratteggiare, dando l’impressione di osservare un oggetto perduto e dimenticato, quasi fosse un reperto, che riaffiora per qualche momento da una distesa desertica, in cui nient’altro c’è, una sorta di landa in cui sprofondare con lo sguardo e dalla quale riemergere, dopo un contatto contemplativo che è diverso per ogni spettatore. La superficie del quadro, se di quadro ancora si tratta, prende vita, suscitando corde dell’animo sopite che non sempre un’opera figurativa riesce a scuotere, al contrario, per eccesso di definizione. La tela diviene qui una specie di epidermide, sollecitata dal premere di qualcosa di concreto e celato dal tessuto che la ricopre. Un mistero che l’artista ci lascia intravedere stuzzicando – più di quanto potessi immaginare – i reconditi recessi della mente e rimanendo impresso nella memoria che, se potesse essere rappresentata da una forma, credo che possa proprio essere ovale, lei, Mnemosine, madre delle Muse, che cela nel suo intimo la perfezione non di uno, ma di due cerchi.

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