baBBilonia

Il tempo dell’artificio. L’arte di Giovanni Tommasi Ferroni

di Luca Ferracane

Non si può certo dire che la famiglia Tommasi sia a digiuno di arte. Vera e propria dinastia d’artisti vanta nel suo nutrito albero genealogico la presenza di scultori e soprattutto pittori, una tradizione iniziata più di due secoli fa e perpetrata dal lontano Leone Tommasi. Tutti, chi più chi meno, si occupano di arte, come ci fosse un patto stretto col Padreterno a perpetuare questa vocazione ad oggi ininterrotta. Nel solco di questa tradizione familiare si forma, giovanissimo – e come avrebbe potuto essere altrimenti – il pittore Giovanni Tommasi Ferroni (Roma, 1967) a sua volta figlio del celebre Riccardo. A ben guardare si può affermare che la cifra stilistica di tutti i componenti della famiglia, riuniti sotto l’egida di Apollo, sia il figurativismo, sebbene non siano mancate sperimentazioni. La pittura di Giovanni, in particolare, è fortemente influenzata dalla tradizione pittorica italiana del XVII e del XVIII secolo ma a essa si ispira per giocarci, come un bambino prodigio, trasfigurandola ironicamente.

Affondamento, 2008, olio su tela, 70×100 cm.

Le tecniche apprese agli inizi della professione si evincono chiaramente dai disegni e dai bozzetti preparatori di alcune opere. I disegni, nello specifico, hanno proprio un gusto leonardesco, analitico, del reale, uno studio attento e meticoloso dello spazio e delle figure che vi insistono, l’armoniosa proporzione delle anatomie, il volume restituito tramite contrasto cromatico, il dinamismo dei soggetti reso attraverso il tratto guizzante. Diverso il caso dei dipinti veri e propri. A prima vista li si potrebbe scambiare per copie di antichi maestri, eppure, dedicandogli il tempo che è necessario concedersi al cospetto di un’opera d’arte, ci si accorge che è tutta un’altra storia. Di storie si parla poiché nei lavori di Tommasi Ferroni è sempre presente una narrazione leggibile, seppure in medias res, imbevuta di mitologia e santità, in un divertissement che non è affatto un semplice ma virtuoso esercizio di stile, bensì una ricerca artistica colta e a tratti malinconica,consapevole della propria efficacia visiva.

Antiope, 2016, olio su tela, 30×60 cm. 

Non si può rimanere indifferenti di fronte a queste opere il cui horror vacui, tanto caro all’estetica secentesca, investe lo spettatore trascinandolo in una dimensione che coinvolge, inconsciamente, anche l’udito. Questa pittura barocca, con punte di audace metafisica, pervade molteplici sensi, stuzzica l’immaginazione – ed è qui che si entra in comunicazione con l’artista – il cui potere riesce a far muovere quei soggetti immortalati in un attimo di tempo, dando inoltre la sensazione di udire un soffio, un fruscio generato dal movimento di qualche personaggio fantastico che vola, ora galoppando su un cavallo, andando incontro a vortici di angeliche creature, ora nascondendosi voluttuoso tra la vegetazione di un paesaggio di fiabesco manierismo.

L’universo illustrato in queste opere rappresenta una verità fittizia ma solo apparentemente difforme alla contingenza del reale. In una società come la nostra, sempre più distante dalla realtà e assuefatta ad assistere da lontano al divenire di un mondo che scorre rovinoso, il caos è soltanto tenuto a bada attraverso il filtro costante di qualche schermo lucente. Nei lavori di questo artista quel caos inquieto e ritratto come immobile sembra parlarci sfruttando l’effetto dell’artificio, per farci notare con occhi più consapevoli, e soprattutto per rammentarci, che la finzione non è solo spettacolo suggestivo, ma narrazione e possibile profezia della coscienza che si sgretola.

Arredo urbano, 2004, olio su tela, 70×100 cm.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.