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Immaginifiche architetture. Le scale di Sam Szafran

di Luca Ferracane

Vi capita mai, dopo esservi accovacciati e rialzati improvvisamente, di provare uno strano capogiro? A me continuamente. È una sensazione che ho ravvisato anche quando, in momenti di estremo relax con amici, mi sono lasciato avvolgere dal piacevole effetto psicotropo della cannabis. In entrambi i casi, c’entra sempre un brivido leggero di vertigine. Già, ma cosa è la vertigine? Quel senso, se vogliamo, di alterazione momentanea della percezione, che in alcuni casi parrebbe suggerirci l’ebbrezza che possa provare un uccello in volo. Certo, meglio non imitare la pratica sprovvisti d’ali se non con un deltaplano e tanta esperienza. Tornando coi piedi per terra, la vertigine si può godere o patirla, in relazione ai casi. Se corrispondente al capogiro allora può risultare spiacevole, se corrispondente a quello stato pseudo estatico da assunzione psicotropa allora è tutta un’altra storia. Lungi da me voler portare avanti una campagna di legalizzazione della cannabis – anche se la stessa sarebbe una grande affermazione di civiltà – sarebbe corretto precisare che la vertigine, il più delle volte, è correlata all’altezza e dunque all’attrazione verso il basso, attraverso il vuoto – altra sensazione per me piacevolissima, come le turbolenze in aereo. Giuro che riescono perfino a conciliarmi il sonno.

L’altezza, tuttavia, potrebbe essere solo uno dei fattori determinanti a suscitare in noi il senso di vertigine ma non il più considerevole. Quello più rilevante parrebbe essere il piano sul quale poggiano i piedi e che attiverebbe, di conseguenza, il senso dell’equilibrio. Quale sinonimo migliore per vertigine, infatti, se non quello di instabilità? Se non ci si affaccia da un palazzo di venti piani e più, in genere, non si percepisce quella sensazione d’instabilità. Quando la stessa altezza è esperita su una piattaforma in vetro trasparente o su un traballante ponte tibetano in corda che lasci osservare il baratro, allora credo che la situazione sia un pochino diversa. Eppure l’altezza è la stessa. Cambia però, come dicevo prima, il piano su cui ci troviamo e il nostro cervello, prontamente, potrebbe attivare i recettori del pericolo. Siamo fatti così. Ebbene, io non provo quasi mai la sensazione di vertigine tranne che su una particolarissima superficie. Le scale. Su queste, in special modo quelle non in muratura, da appoggio, singole o a doppia rampa, provo un disagio non indifferente, sento le gambe cedere mentre le mani si avvinghiano al primo appiglio utile. Tralasciando il mio rapporto imbarazzante con loro, rimane in ogni caso intatto il fascino di questa struttura così utile e antica.

Non mi soffermerò sul simbolismo della scala, tra l’altro immenso. Certo è che facilmente, chiunque potrà operare un collegamento con l’ascensione e il passaggio. C’è un artista che mi ha molto colpito per il modo in cui ha rappresentato le scale, uno dei suoi soggetti preferiti, quasi un chiodo fisso. Mi riferisco a Sam Szafran (Parigi, 1934-2019), interessante personalità dal vissuto travagliato, il cui lavoro incanta i miei occhi per una particolare propensione all’utilizzo, magistrale, del pastello e dell’acquerello. È forse più celebre per le bellissime opere in cui ritrae piante flessuose e rigogliose – è ricorrente, in particolar modo, il filodendro nella varietà Monstera– che invadono lo spazio della figurazione caoticamente, a cascata. Il disordine è una prerogativa di quest’uomo che ha bisogno del caos per creare, per far nascere qualcosa. Lo stesso atelier dell’artista era infatti un immenso caos con pile di libri, pastelli sparsi ovunque, fogli e una miriade di altri oggetti ammucchiati. Anche le scale, nella visione di Szafran, assumono dunque una architettura improntata al disordine, all’impossibile, mantenendo tuttavia, per assurdo, una propria logica. Non si scorge mai l’origine dei gradini che formano rampe che portano dappertutto, iniziando dal nulla e finendo chissà dove. In molti disegni la scala sembra fluttuare nello spazio, a volte pare volersi spalmare completamente, appiattendosi e aprendosi a ventaglio, altre volte rimane solo la balaustra che va attorcigliandosi, proprio come una pianta rampicante, al centro della composizione.

Una scala in particolare, per Szafran, ha rappresentato forse l’inizio della sperimentazione su questo soggetto. È quella di un condominio parigino in cui l’artista ha vissuto, e sulla quale, raccontava, si era addormentato mentre lavorava. Risvegliandosi aveva scorto un’ombra che la luna proiettava sui gradini delle scale attraverso la finestra e, volendola disegnare si rendeva conto che l’ombra si muoveva ogni tre minuti. Per questo motivo, man mano che trascorreva il tempo, continuava a muoversi cambiando posizione, dando vita a quelle visioni di scale abbarbicate verso l’infinito. Scale straordinarie e immaginifiche, scale vive come un vegetale che cresce e si allunga cercando la luce, sfidando la gravità, ignorando la vertigine.

L’escalier Bellini, pastello su carta, 1987.  

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